Come in un film di Indiana Jones
Questa è una storia pazzesca, un ritrovamento incredibile che ha dietro secoli di storia ed enigmi. Allora! Tralasciamo il fatto che ho appena incontrato Mel Gibson e Riccardo Scamarcio che stanno girando il remake della Passione di Cristo, facciamo finta di non sapere che il teatro in cui sto lavorando è lo stesso in cui hanno girato film come La dolce vita di Federico Fellini e il Gattopardo di Visconti; ma, devi sapere, che da qualche mese negli studios di Cinecittà si sta svolgendo un'attività atipica per quello che di solito accade in quei teatri. Più precisamente accade che un camion speciale invade le strade di Cinecittà, scarica lunghissimi rotoli di stoffa, questi vengono stesi sul pavimento del Teatro 1 e poi vengono digitalizzati da me. Tutto questo si svolge quotidianamente e questa operazione si ripete decine di volte al giorno: è il progetto di digitalizzazione dei fondali storici del Teatro dell'opera di Roma, la troupe di scenografi e attrezzisti pensa alla movimentazione mentre io mi occupo di fotografarli.
Un lavoro già bello di suo, in un posto fantastico, gli Studios di Cinecittà, scelto come location per i suoi teatri enormi utili a stendere metriquadri di fondali, un posto dove attori e registi ti girano intorno, dove hai l'opportunità di osservare dall'interno i meccanismi della produzione cinematografica... Un'esperienza unica. Una routine straordinaria che si sta ripetendo per settimane e settimane, una settimana si stendono i fondali della Carmen firmati da Guttuso, il turno successivo i fondali dell'Otello di Rossini firmati da De Chiricò, e così via. Centinaia di fondali presi, stesi e fotografati, uno dopo l altro, fino a che, un giorno, si apre davanti a noi un fondale che per qualità e tecnica pittorica ha delle particolarità che lo distinguono dagli altri: figure mitologiche che non richiamano alcuna opera nota al Teatro, ma con una cura e un dettaglio incredibile, un enorme tela con stile pittorico rinascimentale. Cosa ancora più strana è l'assenza di qualsiasi riferimento, non presenta né periodo storico, né titolo, né autori tantomeno il riferimento del teatro! Partono immediatamente le ricerche, telefonate, mail e messaggi; si riuniscono Regione Lazio, Sovraintendenza e Teatro dell'Opera in un summit per scovare più informazioni utili, qualche indizio, individuare almeno una traccia. Vengono interpellati catalogatori, restauratori e custodi, le attività di digitalizzazione si fermano fino a che... Presso il Museo del Teatro Argentina, vengono ritrovati due disegni preparatori insieme ai cartoni di un sipario con la stessa descrizione iconografica: il mito di Apollo che consegna a Fetonte il carro del Sole, accompagnato dalle Ore e preceduto dall'Aurora. I bozzetti appartengono a Cesare Fracassini (1838–1868) pittore romano dell'Ottocento, tra i principali esponenti della pittura teatrale. Tra le sue opere, oltre al noto sipario del Teatro Mancinelli di Orvieto, Fracassini ha dipinto il sipario del Teatro Apollo di Roma, teatro che sorgeva sul Lungotevere di Tor di Nona, vicino a Castel Sant'Angelo, ed era uno dei principali teatri lirici di Roma. Alla fine dell'Ottocento il teatro fu demolito durante i lavori di costruzione dei muraglioni del Tevere e da allora il sipario originale andò perduto insieme all'edificio. Perciò adesso conosciamo l'opera che abbiamo davanti, conosciamo il suo autore e sappiamo dove era esposta; rimane ancora il mistero di come sia finita nei magazzini del Teatro dell'Opera, di come abbia fatto a rimanere nascosta per quasi due secoli senza che nessuno la cercasse. Ci sarà tempo per rimettere insieme tutti gli indizi e arrivare alla risoluzione, oggi ci accontentiamo di aver ritrovato un'opera straordinaria che arricchisce il nostro patrimonio culturale, e di averlo fatto, forse, come quel qualcuno che alla fine dell'Ottocento avrebbe voluto mentre salvava o rubava il sipario dalla demolizione del teatro e lo trasformava in un tesoro nascosto...
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